Valigia di cartone, ieri come oggi

partire...Ieri mattina ho avuto l’occasione di risentire un caro amico con cui non chiacchieravo da un po! Dopo i primi convenevoli mi ha comunicato di aver preso la sofferta, ma necessaria decisione di trasferirsi in Germania, da tre mesi è in un paese in cui “non mangiano nemmeno il panettone per natale”; nulla di nuovo, se non fosse che questa cosa mi ha fatto riflettere.
Ne voglio scrivere, ma senza ovvietà, per questo mi limiterò a parlare di una mostra che tenutasi un po’ di mesi fa a Selinunte curata da Diego Barbarelli per l’Associazione Italiana di Architettura e Critica, riproposta anche a Roma (le foto in coda sono per la maggior parte della mostra a Roma).
Nella collegiata dei SS Pietro e Paolo su un tavolo, che qui a Firenze direbbero scalcigno, 45 valigie, pacchi, casse, borse scatole sono state inviate da altrettanti studi italiani operanti all’estero; all’interno portfolio e alcuni oggetti che descrivevano la loro condizione di di lavoratori migrati. Una piccola biografia personale fatta di foto, oggetti e lavori svolti fuori dall’Italia, un misto tra autopromozione e racconto privato. L’osservazione che più mi è piaciuta è stata di un famoso critico dell’architettura che seguo con ammirazione Luigi Prestinenza PuglisiMesse una accanto all’altra, le valigie facevano una certa impressione. Nonostante nessuna, attraverso i propri contenuti, rimproverasse qualcuno o recriminasse qualcosa, tutte raccontavano di uno dei più stupidi errori che le nostre istituzioni stanno perpetuando contro l’intelligenza della nazione: l’esodo dei cervelli e, in particolare, di una parte consistente della nostra creatività.
Facciamo i conti. Sono arrivate cinquanta valigie dai Paesi più diversi: dalla Francia alla Spagna, dall’Olanda agli Stati Uniti, dalla Cina alla Corea. Considerando che l’indagine è stata condotta prevalentemente sul passaparola e le valigie richieste a cento studi, di cui solo la metà ha aderito, ciò vuol dire che di collettivi italiani di architettura operanti in pianta stabile in tutto il mondo ce ne saranno quattro volte di più e che, quindi, il fenomeno interessa almeno un migliaio di persone.  Se aggiungiamo i numerosissimi progettisti che non sono strutturati e lavorano da impiegati o da freelance nei grandi e medi studi internazionali – e sono tanti: basta guardare i nomi che appaiono in calce a qualsiasi lavoro di Foster, Hadid, Koolhaas, Nouvel, Eisenman – arriveremo ad almeno tremila persone.

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Una risposta a Valigia di cartone, ieri come oggi

  1. Pendolante ha detto:

    Non commento nemmeno io l’esodo perchè non avrei nulla da aggiungere al dibattito, solo amarezza, ma la mostra mi sembra devvero notevole e intetessante

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